Sulla strada del perdono

Un cammino durato 50 anni

 

Nell’edizione del Corriere della Sera del 27 febbraio è stato pubblicato un articolo di Aldo  Cazzullo che ha intervistato Gemma Capra vedova del Commissario Luigi Calabresi, ucciso a Milano il 17 maggio 1972 da un commando di terroristi aderenti a Lotta Continua.

 

L’occasione è stata propiziata dal libro che la signora Gemma ha pubblicato a 50 anni dalla morte del marito: La crepa e la luce, che reca un sopratitolo illuminante: “Sulla strada del perdono. La mia storia”.  L’autrice narra il viaggio di vita e di fede compiuto dai primi giorni dopo l’omicidio fino ad oggi.

 

Il giorno in cui le fu comunicato della morte del marito Gemma dice: «So che a un certo momento Dio è arrivato. (…) Dio era lì con me, su quel divano. Ne sono assolutamente certa. Ho sentito una pace profonda. Tutto, le persone che parlavano, piangevano, gridavano, tutto era ovattato, distante. (…) Il dono della fede arrivò allora. Proposi a Don Sandro: “diciamo un’Ave Maria per la famiglia dell’assassino”. Ma non era roba mia. Io ero una ragazza di venticinque anni cui avevano appena ammazzato il marito. Era Dio che mi indicava la strada, che rendeva testimonianza attraverso di me. Lì ho capito che ce l’avremmo fatta, io e i bambini. Certo, sapevo che la vita  non sarebbe più stata la  stessa. Ma sentivo che non ero sola.»

 

Vorrei offrirvi una sintesi del passaggio relativo al percorso del perdono che, “in modo tortuoso e sofferto, la signora Gemma ha imboccato fin dall’inizio.”

 

Dal desiderio di vendetta alla scoperta del perdono

Nel necrologio Gemma scrisse le parole pronunciate da Gesù sulla croce: “Perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Ma la via del perdono non è stata così semplice, perché in lei era forte l’umano desiderio di vendicarsi.

L’unico momento di pace nella giornata erano i dieci minuti tra quando prendevo il Tavor e quando mi addormentavo, nel lettone accanto a mia madre, che papà mi aveva ceduto: ero tornata a vivere dai miei. In quei dieci minuti immaginavo di mettermi una parrucca rossa e infiltrarmi nei circoli dell’estrema sinistra, fino a quando non avrei trovato qualcuno che si vantava di aver ammazzato Calabresi. A quel punto avrei tirato fuori dalla borsetta la pistola. E gli avrei sparato. Se ripenso a quella ragazza e alla sua rabbia provo tenerezza. La cosa più importante della mia vita è stata questo cammino della pacificazione e del perdono, durato cinquant’anni. (Corriere)

 

“Il perdono non si chiede, si dà”

Il giornalista ricorda che gli assassini e i mandanti non le hanno chiesto perdono.

Gemma risponde: Questo per me non ha alcuna importanza: Il perdono non si chiede, si dà. È  il frutto del cammino iniziato su quel divano, da quel necrologio. Non è stato un percorso facile. A volte bastava una frase, un articolo, per farmi tornare indietro. (Corriere)

 

“Ho scoperto che la cosa più importante della vita sono gli altri”

Ho avuto tanto dolore ma anche tanti incontri, tanto affetto, tanto amore, tanta solidarietà, tanta gente che ha pregato per me. Ho scoperto che la cosa più importante della vita sono gli altri. Ho fatto un percorso inverso a quello dei terroristi. Loro disumanizzavano le vittime, illudendosi di uccidere dei simboli. Io li ho umanizzati, arrivando a capire che c’erano vittime anche tra loro.” (Corriere)

 

«Ho 75 anni, non so quanto ancora durerà questo mio viaggio qui. Scrivo questo libro per lasciare una testimonianza di fede e di fiducia. Per raccontare l’esperienza più significativa che mi sia capitata nella vita, quella che le ha dato un senso vero e profondo: perdonare.»

#SEGUICI SU INSTAGRAM