Le quattro pareti della casa di Gesù

Lo scorso lunedì, parlando a coppie di fidanzati in preparazione al Sacramento del Matrimonio sul tema “la fede in Gesù Cristo, fondamento della nostra vita”, ho utilizzato il testo del Vangelo di Giovanni (1, 35-40) che ha al suo interno la domanda  che i primi discepoli rivolgono a Gesù: «Maestro dove abiti?». Cristo risponde: «Venite e vedrete».

Come si può capire, il cristianesimo non ci dà una spiegazione, ci dà una relazione.

Leggendo un commento di don Luigi Maria Epicoco a questo testo di Giovanni mi ha colpito l’immagine usata per rispondere a questa domanda: “Dove possiamo incontrare Gesù oggi? Dove abita il Maestro?”

L’immagine è stata quella della casa. Per avere una casa bisogna avere almeno quattro pareti. Queste «pareti» sono i luoghi dove possiamo incontrare Cristo oggi.

“La prima parete è la Parola: «Una persona si sente viva quando si sente rivolgere la parola». Incontriamo il Maestro non tanto nelle nostre riflessioni ma anzitutto se lasciamo che sia Lui a parlarci, a rivolgerci la parola.

«La seconda parete è l’Eucarestia, perché nessuno di noi può accontentarsi semplicemente di sentire che esiste: ha bisogno di qualcuno che gli nutra la vita».

La terza parete è la Misericordia, infatti è impossibile fare un viaggio senza sporcarsi, senza stancarsi e sudare. «Tutti noi abbiamo bisogno di qualcosa che ci pulisca, ci guarisca, ci rimetta in piedi. Abbiamo bisogno del Sacramento della Misericordia».

L’ultima parete del «dove abiti?» sono i fratelli, perché nessuno si salva da solo. «Dove due persone si sforzano di amarsi, lì sicuramente c’è Dio»”.

Ogni giorno il Signore ci invita ad abitare la sua casa: ci parla, ci nutre, ci guarisce, ci fa incontrare fratelli e sorelle da amare e da cui essere amati.

“Maestro, è qui che abiti?”.

 

Richiamando le parole del Papa («nessuno si salva da solo, ci si può salvare unicamente insieme»), i vescovi affermano: «Ciascuno ha bisogno che qualcun altro si prenda cura di lui, che custodisca la sua vita dal male, dal bisogno, dalla solitudine, dalla disperazione». Le «categorie più deboli», che maggiormente hanno sofferto per la pandemia, sono «nuove generazioni e anziani». Le prime «hanno subito importanti contraccolpi psicologici» e «non riescono tuttora a guardare con fiducia al proprio futuro». Tra i secondi «vittime in gran numero del Covid-19», non pochi ancora oggi «in una condizione di solitudine e paura», faticano a «ristabilire relazioni aperte con gli altri».

 

Il messaggio si sofferma inoltre sull’acuirsi delle fragilità sociali con l’aumento delle famiglie in povertà assoluta, della disoccupazione, della conflittualità domestica. Il pensiero va anche ai «popoli poveri», ancora scarsamente vaccinati. Dai vescovi la gratitudine alle «moltissime persone si sono impegnate a custodire ogni vita, sia nell’esercizio della professione, sia nelle diverse espressioni del volontariato, sia nelle forme semplici del vicinato solidale. Alcuni hanno pagato un prezzo molto alto per la loro generosa dedizione».

 

Di fronte alla pandemia, tuttavia, «non sono mancate manifestazioni di egoismo, indifferenza e irresponsabilità, caratterizzate spesso da una malintesa affermazione di libertà e da una distorta concezione dei diritti». «Molto spesso – osservano i vescovi – si è trattato di persone comprensibilmente impaurite e confuse, anch’esse in fondo vittime della pandemia; in altri casi, però, tali comportamenti e discorsi hanno espresso una visione della persona umana e dei rapporti sociali assai lontana dal Vangelo e dallo spirito della Costituzione».

 

Anche la riaffermazione del «diritto all’aborto» e «la prospettiva di un referendum per depenalizzare l’omicidio del consenziente vanno nella medesima direzione». Il vero diritto da rivendicare «è quello che ogni vita, terminale o nascente, sia adeguatamente custodita. Mettere termine a un’esistenza non è mai una vittoria, né della libertà, né dell’umanità, né della democrazia: è quasi sempre il tragico esito di persone lasciate sole con i loro problemi e la loro disperazione. La risposta che ogni vita fragile silenziosamente sollecita è quella della custodia».  (tratto dal portale della Chiesa di Milano)