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Ho un posto nei suoi occhi

In questo mese, dedicato dalla Chiesa al Sacro Cuore di Gesù, i sacerdoti ambrosiani ricordano il dono della loro ordinazione. Così per me, don Marcello e don Marco. E con noi anche tutti i sacerdoti nati o che hanno servito le comunità parrocchiali di Novate Milanese: “preti secondo il cuore di Cristo”.

 

Per me è anche l’occasione di riflettere sulla mia figura di prete.
Credo che la cosa importante, in questi tempi, è essere uomo chiamato a costruire relazioni, invitato a guardare ai volti.

 

“Si fermarono, col volto triste” (Lc 24, 17), dice il racconto dei discepoli di Emmaus, icona della nostra Comunità pastorale.
Se parlo senza prima aver guardato i volti, le mie sono parole vuote. Lui li guardò in volto: avevano il volto triste.  Alla fine si dissero: “Non ci ardeva il cuore in petto mentre ci spiegava le Scritture lungo il cammino?”. Prima legge il volto, poi parla.
Non siamo nel tempo delle folle osannanti. E se la risorsa fosse il volto? E non potrebbe essere una opportunità che abbiamo tra le mani proprio in un tempo in cui assistiamo al dominio devastante di un io prevaricatore, volgare, che cancella il volto dell’altro, perché deve trionfare il suo?
“Un volto” – scriveva don Italo Mancini, filosofo– «da guardare, da rispettare, da accarezzare… il volto la parte più indifesa di noi, la parte più esposta, la più rivelativa».
Nel volto è scritta una storia irripetibile di una persona. Pensate quante strategie pastorali inventiamo come se la gente avesse un unico volto.
Oggi ognuno si affaccia con la sua storia. Per certi aspetti potemmo sentire la difficoltà di un simile approccio, e la tentazione della fuga o del rimpianto dei tempi in cui una cosa andava bene per tutti.
Scrive il card. Martini nel suo libro su Giona: “Dobbiamo accettare con umiltà i limiti mentali nostri e quelli della nostra epoca. Una caratteristica della postmodernità è data dal fatto che, a differenza di quanto avveniva nel passato, noi oggi non sappiamo tutto, possiamo fare tecnicamente tutto, ma non cogliamo il senso di tante cose. Siamo allora chiamati a superare i limiti della nostra conoscenza con l’amore. Se non sempre riusciamo a capire, sempre possiamo amare, amare è un modo di sanare la frattura di significato che agita la società contemporanea. Amare è una conoscenza più profonda che non sbaglia perché è imitazione del Dio che conosce e ama”.

 

Non tutto capisco, ma posso amare. Posso fermarmi ai volti.
Rubo parole di un sacerdote che ho conosciuto e che continua con i suoi scritti ad alimentarmi, don Angelo Casati: «dopo sessant’anni che sei prete ti rimane dentro la passione per i volti, ai volti non puoi fare l’abitudine. Puoi solo fermarti come a una soglia su cui indugiare con rispetto, la soglia da venerare. E questa – lo ripeto – mi sembra una opportunità per il vangelo oggi: in un mondo in cui tutto è consumato, in cui anche le persone si sentono usate e consumate, poter testimoniare lo sguardo di Dio, di Gesù, che custodisce una tenerezza ingualcibile, essere preti della tenerezza, essere comunità della tenerezza. Il contrario del clericalismo. Far sì che chiunque entri o passi, possa dire: “io ho un posto nei suoi occhi”. Hai trovato occhi che non ti pesano per il titolo, le cariche, i beni che hai, ma per quello che sei, per così come sei.  È una notizia buona: a volte la gente se la passa, avviene con un tam tam.»

 

Una tenerezza, quella che arriva ai volti, che ci salva dall’eccesso dell’organizzazione, dal prevalere dell’istituzione che spesso crea spaesamento nell’altro quando da “straniero” avvicina un mondo, il nostro, che gli è sconosciuto. Che cosa trova per prima cosa?

 

Don Maurizio

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